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venerdì 18 luglio 2008

Verso la coscienza artificiale


Oggi vorrei proporvi un articolo davvero interessante apparso su "La stampa" in data 11/07/08 che riassume tutti gli studi compiuti sulla coscienza artificiale.

Brighton 1991, Conferenza internazionale sulle reti neurali: il professor Igor Aleksander, dell’Imperial College di Londra, uno dei pionieri nello studio delle reti neurali, sta illustrando ad una platea incuriosita degli strani esperimenti. Ad un certo punto una giornalista, desiderosa di sintetizzare in una parola quello che sta ascoltando, si alza e chiede in modo un po’ impertinente: “Professore, sta forse parlando di coscienza artificiale?”. “Non lo dica - risponde Aleksander - altrimenti mi tagliano i finanziamenti!”.

Nasce così, quasi per caso, il termine “artificial consciousness” e nonostante i timori iniziali di Aleksander, che lo fa subito suo, comincia a diffondersi nella comunità scientifica, sollecitando continui dibattiti tra filosofi, neurobiologi, studiosi di bioingegneria e intelligenza artificiale.

Alcune questioni si pongono immediatamente. Qual è la natura della coscienza? Il problema della coscienza può avere una soluzione scientifica? Può essere studiato come un fenomeno reale nel mondo reale? Quali sono i modelli della coscienza? E ancora: la coscienza “funziona” nel produrre un determinato comportamento? Gioca un ruolo attivo nel pianificare e controllare le azioni di un agente artificiale o si tratta di un epifenomeno legato al processo, che non influenza il processo stesso? Ne parliamo con Antonio Chella, professore ordinario di robotica all’Università di Palermo, promotore di una rete europea di eccellenza per lo studio della coscienza artificiale, nonché editor, insieme a Riccardo Manzotti della Università IULM di Milano, del libro “Artificial consciousness” (Exeter, Imprint Academic).

Professore, perché la coscienza artificiale interessa la robotica?

«Pensiamo che la coscienza artificiale debba essere “embodied”, cioè abbia bisogno di una “fisicità” - non necessariamente di tipo umanoide - per realizzarsi compiutamente. Inoltre, per un robot autonomo, dotato di sensori ed attuatori, che interagisce in tempo reale con gli esseri umani in ambienti complessi e non strutturati a priori, possedere una forma di coscienza è importante, mentre ad esempio, un software che gioca a scacchi può farne tranquillamente a meno».

Che rapporti intercorrono tra coscienza artificiale e intelligenza artificiale?

«E’ un problema molto dibattuto all’interno della comunità scientifica internazionale. L’intelligenza artificiale “forte” si prefiggeva la realizzazione di una mente artificiale privilegiando gli aspetti simbolici, legati al ragionamento logico e matematico. In breve, di “formalizzare” il linguaggio, la coscienza, il pensiero stesso. Ora è difficile pensare che tutto ciò che importa per la coscienza artificiale sia avere un certo tipo di programma per computer, o un insieme di programmi».

Che livello di coscienza volete implementare nei robot?

«E’ bene chiarire alcuni concetti. La coscienza di cui parlano scienziati e filosofi della mente è la coscienza fenomenica, quella che gli anglosassoni chiamano “consciousness” per distinguerla da “conscience”, la coscienza etico-morale. A noi interessa una “phenomenal consciousness”, la sede, per così dire, dove i numerosissimi ed eterogenei frammenti di analisi dei dati sensoriali convergono in una visione unificata e che corrisponde alla capacità di un soggetto di fare esperienza di se stesso e del mondo».

Come si realizza una coscienza artificiale?

«La coscienza artificiale non sarebbe creata dagli scienziati ma si limiterebbe a porre in atto una possibilità del sistema, in un processo attraverso cui i segnali si confrontano e si collegano durante complesse operazioni percettive e cognitive, ovvero nel rapporto tra la rappresentazione interna causata da imput sensoriali esterni e rappresentazioni interne autogenerate ».

Non tutti gli stati coscienti sono intenzionali…

«La maggior parte degli stati coscienti sono intenzionali e sono quelli che ci interessano di più perché mediano le relazioni con il resto del mondo nella percezione, nell’azione, nella memoria, nella previsione e nella pianificazione».

Questi robot sanno di esistere?

«La coscienza fenomenica non implica necessariamente l’autocoscienza. D’altronde, se guardiamo al mondo degli animali, troviamo forme di vita autonome perfettamente adattate al loro ambiente naturale. Non sappiamo se abbiano degli stati coscienti. Tuttavia alcuni ricercatori nel campo della coscienza artificiale, tra cui Owen Holland, dell’University of Essex, stanno portando avanti degli studi sull’autocoscienza».

I robot dotati di una forma di coscienza saranno “qualitativamente” diversi dagli altri robot. Quali scopi si prefiggono i vostri studi?

«Da ingegneri quali in realtà siamo, vogliamo avere una generazione di robot migliori. Alcuni sistemi robotici già esistenti mostrano impressionanti abilità meccaniche e di controllo dei movimenti, ma sono incapaci di performance percettive e cognitive altrettanto notevoli».

Quali esperimenti state conducendo attualmente?

«Al Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università di Palermo stiamo cercando di coniugare il “modello dell’adattamento” elaborato dal professore Manzotti (una entità cosciente in grado di apprendere dall’ambiente e di trovare autonomamente i propri scopi) con il “modello di predizione” messo a punto dal gruppo di ricerca di Palermo.

Si tratta di un robot mobile, dotato di telecamere, che acquisisce informazioni dall’ambiente durante il suo funzionamento e in un brevissimo intervallo di tempo, corrispondente più o meno alla memoria di lavoro di un essere umano, confronta (in gergo fa “match”) le informazioni, nel nostro caso, le immagini elaborate dal sistema di visione artificiale, con quello che si aspetta di vedere ovvero con le anticipazioni che ha elaborato in base alla sua ipotesi sullo stato dell’ambiente, e in relazione a ciò è in grado di progettare percorsi o modificare i propri scopi. Naturalmente ha un minimo di conoscenza iniziale sulla quale può costruire una mappa. Il robot, nato come accompagnatore museale, verrà posto all’interno di un ambiente complesso come il Museo archeologico di Agrigento».

Copyright - La stampa - Rosalba Miceli

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